ANNO
2013

FATTO
Grazie alle dichiarazioni rese da un "pentito", M.C. e R.A. vengono imputati per aver partecipato a un'associazione a delinquere operante nel Pescarese e tesa alla commissione di assalti a furgoni blindati portavalori.

QUESTIONE
Le mere dichiarazioni di un "pentito" sono sufficienti per la condanna dell'imputato, da questi accusato? Che tipo di riscontri sono necessari per addivenire alla condanna?

RISPOSTA
Accogliendo le tesi difensive svolte dall'Avv. Gianluca Ciampa, la Corte di Appello di L'Aquila - sovvertendo il giudizio di primo grado - ha ritenuto che le dichiarazioni di un "pentito", per essere utilizzate come prova della responsabilità dell'imputato, dovessero essere "vestite" di "riscontri estrinseci individualizzanti", come sostenuto dalla Cassazione. Nel caso di specie gli elementi indicati nella sentenza di primo grado non erano affatto idonei a valere da riscontri, essendo relativi a comportamenti tenuti dagli imputati molti anni dopo i fatti (la pianificazione di un reato avvenuta 5 anni dopo quello oggetto della chiamata in correità) o riferibili a una pluralità di persone (l'accento romano dei rapinatori). Ritenuta l'insussistenza dei riscontri, la Corte di Appello ha ritenuto di dover assolvere gli imputati per non aver commesso il fatto.